lunedì 17 settembre 2007

Botta e risposta con EDUARDO TARTAGLIA

“Un teatro esangue incapace di rivolgersi al proprio tempo che continua ad attingere dai soliti classici troppo datati e ad inquinare i cartelloni con i grandi nomi televisivi sfornando nel contempo, attraverso l’incontrollabile proliferare delle scuole di recitazione, il 90% di futuri delusi”.

di Giuseppe Giorgio

“Il napoletano di oggi - afferma Eduardo Tartaglia - non può essere come quello di ieri modello De Filippo. Il teatro è esangue perché non è più capace di rivolgersi, con gli autori a sua disposizione, al proprio tempo. Non a caso, il grande fenomeno del realismo cinematografico non si è ripetuto in un teatro troppo lontano dalla realtà dei tempi”.

“Oggi - ribadisce il popolare autore, attore e regista - occorre avere il coraggio di proporre storie capaci di turbare, divertire ed emozionare, in grado, soprattutto, di parlare un linguaggio moderno senza aver bisogno di sfidare, come spesso accade, i soliti classici dei secoli scorsi che, per quanto rivisitati, risultano inesorabilmente fuori dal tempo. Per non allontanare il pubblico dalle sale teatrali, occorre che lo stesso si riconosca nelle tematiche affrontate.”

A proposito di nuova drammaturgia, cosa è cambiato negli ultimi anni?

“Ci sono diversi segnali incoraggianti. Dalla clandestinità degli anni scorsi, si è passati all’apertura di nuovi spazi rappresentativi in grado di accogliere gli autori dei giorni nostri osservati finalmente come elementi vivi di una rinfrancante inversione di tendenza.”

Quali sono i mali che affliggono il teatro di oggi?

“Ve ne sono diversi. Tra questi: quello delle mille scuole di recitazione che sfornano il 90% di futuri delusi e quello dei grandi nomi televisivi che continuano ad inquinare i cartelloni. Il teatro vero, si paga sulla propria pelle e chi pensa di risolvere la crisi attuale con i personaggi altisonanti del piccolo schermo sbaglia certamente soluzione. La gente ha semplicemente bisogno di spettacoli di qualità per cui valga veramente la pena di uscire di casa.”

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