VIVIANI DALLE SCENE ALLA TV SECONDO UGO GREGORETTI
di Giuseppe Giorgio
Omaggio al grande maestro della televisione italiana alle prese con il più celebre scugnizzo napoletano
Presentato per la prima volta dal geniale drammaturgo stabiese il 16 dicembre del 1932 al teatro Piccinni di Bari, “L’ultimo scugnizzo” rimane senz’altro uno dei testi più celebri di Raffaele Viviani. Scaturito essenzialmente da motivi autobiografici, tra contagiose suggestioni, voci di venditori ambulanti che raggiungono la massima intensità nella famosa “Rumba degli scugnizzi”, filosofie e lotte estreme per la vita, il lavoro, ribadendo la tesi dello stesso autore che intese lo spettacolo teatrale come umana espressione di verità, si è riconfermato anche in Tv, attraverso la riduzione televisiva del regista Ugo Gregoretti, come un gradevole quanto coinvolgente spaccato su di un mondo fatto di colori, amori, miserie, drammi, passioni, ma soprattutto di speranze che non muoiono mai. Dopo aver riproposto con
Era il 1950 quando balzando a sedere sul letto, indicando la finestra e gridando “Arapite, faciteme vedè Napule!”, Raffaele Viviani, intraprese il suo grande viaggio nel cielo dei poeti e della povera gente. Ebbene, grazie alla risorsa televisiva ed alla sua capacità di sintesi, circa quaranta anni dopo, quella stessa città, è riuscita a fargliela rivedere il regista Gregoretti che, prendendo per mano lo “scugnizzo” che meglio di tutti seppe descrivere una Napoli intrisa di dramma e di comicità ha ridato linfa vitale ad un testo sacro come “L’ultimo scugnizzo”. Confermando attraverso il lavoro svolto in uno studio televisivo la pluralità dei linguaggi e trasferendo l’estroversione del teatro condensandola ed imbrigliandola in una recitazione più contenuta, più naturale e più cinematografica, Gregoretti ha lasciato emergere tutti quei toni dimessi e sfumati del dramma popolare riuscendo ad esaltare, mediante il piccolo schermo, i contenuti che sfuggono alla scena teatrale. Sottolineando gli elementi cari al Viviani come la famiglia ed il riscatto dei diseredati, Gregoretti è riuscito a renderli addirittura più penetranti grazie all’utilizzo della macchina da presa capace di abolire lo spazio esistente tra il pubblico ed il boccascena del teatro. Ponendo l’obiettivo diritto negli occhi del protagonista, Gregoretti ha lasciato intravedere con le sue riprese, quello che mai avrebbe potuto osservare uno spettatore in ultima fila. Trasformati i tre atti originari in un vero e proprio piccolo film della durata di circa un’ora, Gregoretti, ribadendo quanto lui stesso ha avuto modo di affermare ossia “costringendo una belva feroce abituata alla giungla a vivere in un giardino” ha prodotto uno dei più bei sceneggiati televisivi basato sul lavoro di un commediografo a sua volta in grado di riprodurre la vita vera dei napoletani in teatro. Ancora, trovando, considerato l’epoca, una quasi futuristica soluzione, Gregoretti con la sua riduzione de “L’ultimo scugnizzo” è riuscito anche a dare una risposta a quanti negli anni hanno relegato il teatro di Viviani entro i confini regionali con l’accusa di un linguaggio incomprensibile e poco universale. Ebbene, come pubblicato, tra gli altri quotidiani, su il Corriere della Sera che il 31 agosto del 1992 titolò “Ugo Gregoretti con i sottotitoli traduce il teatro napoletano” il regista è stato forse il primo ad inventare una sorta di traduzione simultanea delle battute in napoletano più stretto, facendo ricorso alle didascalie televisive. Nel riportare in italiano le frasi più incomprensibili del testo, Gregoretti confermò, prima di tanti altri, quanto Viviani, al di là di certe espressioni popolari, rimanesse un autore di respiro europeo, proprio come Brecht e Beckett con delle opere che , una volta italianizzate fossero in grado di riconfermare la validità di un commediografo a livello universale. Soffermandosi, invece, sull’aspetto musicale (curato per l’occasione da Pasquale Scialò) della versione televisiva di Gregoretti dell’opera di Viviani che contiene il celebre pezzo musicale “ La rumba degli Scugnizzi”, il regista (proprio come fece nel 1950 l’illustre collega Ettore Giannini con “Carosello Napoletano” che trasferì il suo capolavoro dal teatro alla pellicola cinematografica con la collaborazione di Giuseppe Marotta consegnando di fatto alla storia un monumento del film musicale all’italiana) è stato capace di riprodurre nei brevi momenti della Rumba, con delle attente e veloci inquadrature che si susseguono dettaglio dopo dettaglio tra le scene di Bruno Buonincontri, le essenze più interiori dei partecipanti al simposio musicale scandagliando con l’obiettivo, attraverso i volti dei vari personaggi, l’essenza più interiore di un canto tanto liberatorio quanto struggente riuscendo, nel breve istante che separa un fotogramma dall’altro, a rendere vere delle presenze umane altrimenti, unicamente legate alla finzione scenica.
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