GIUSEPPE GIORGIO
NAPOLI -“Si tratta della storia di un ‘Santo’ che, proprio attraverso il genio di Eduardo De Filippo, riesce a tramandare ai posteri quella speranza di vedere il mondo cambiato e finalmente purificato dalle brutture del dolore umano, dell’ipocrisia e delle bugie”. Così l’attore e regista Carlo Giuffrè presenta la sua versione della commedia “ Il Sindaco del Rione Sanità” che, dopo aver debuttato in prima assoluta nel lontano 1960 al teatro Quirino di Roma ed essere stata rappresentata per l’ultima volta a Napoli, al San Ferdinando, nel novembre del 1973, torna da domani sera in città al Teatro Diana.
A quarantasette anni dalla prima rappresentazione del capolavoro teatrale, la società a Napoli è certamente cambiata. Di conseguenza il suo Antonio Barracano protagonista assoluto del lavoro avrà sentimenti diversi rispetto a quelli di Eduardo?
“Certamente si - risponde Giuffrè - anche perché, Campoluongo, il guappo buono della Sanità realmente esistito che offrì lo spunto ad Eduardo per scrivere la sua commedia, faceva parte di una città totalmente diversa. Quella osservata nel lavoro era una Napoli datata 1960 di conseguenza ancora serena e libera dalla droga e dove al massimo si parlava di contrabbando di sigarette. Ricordo che in quegli anni lavoravo al Mercadante e la sera, uscito dal teatro, osservavo un’atmosfera lieta, assolutamente priva di quel senso di paura che si vive oggi ad ogni angolo di strada. Rammento di aver conosciuto personalmente Campoluongo nel 1955, quando, suo ospite alla Festa della Sanità, dopo aver potuto respirare un’aria gaia che non lasciava assolutamente trasparire gli orrori di oggi, mi sentii dire la proverbiale frase… ‘se avete bisogno rivolgetevi a me!’ E così fu. Perché quando qualche giorno dopo il mio compagno di scena Paolo Carlino fu derubato del borsello, bastò circa mezz’ora, dopo aver chiesto aiuto al prodigo personaggio, per riottenere il tutto, nonostante il fatto fosse stato compiuto in una zona non sua e questo - continua Giuffrè - a dimostrazione della collaborazione che c’era tra i vari capi-zona di quei tempi sempre tesi ad evitare spargimenti di sangue e faide”.
E’ possibile secondo lei, nel 2007, anche se solo in teatro, accettare la figura di un uomo onorato che si sostituisce ai tribunali?
“ Antonio Barracano, il Sindaco del Rione Sanità, descritto da Eduardo, non intende sostituirsi a nessuno. In lui c’è soltanto rabbia, dolore e speranza. Ecco perché, quando nel finale dopo essere stato accoltellato, incita il medico a stilare un certificato falso dove non si indichi la vera causa della morte, pur consapevole che lo stesso non lo farà mai ribellandosi alle regole, il suo desiderio non è proteso verso una giustizia sommaria e personale ed in ogni caso contraria allo Stato, bensì verso una sbrigativa e certamente meno lunga procedura rispetto a quella dei Magistrati dalle mani imbrigliate dalla burocrazia, capace di evitare vendette e nuove carneficine tra i suoi stessi figli e quelli dei suoi compari.”
Tornando ora a parlare di Teatro recitato. Come osserva il cosiddetto buio post Eduardo e l’incapacità degli autori moderni di attestarsi a livello storico ed europeo alla pari dei predecessori?
“Il grande teatro in Italia s’è fermato con
Tornando al Sindaco del Rione Sanità da lei diretto ed interpretato che resterà al Diana fino al prossimo 9 dicembre con una compagnia completata da Alfonso Liguori, Piero Pepe, Aldo De Martino, Antonella Lori, Massimo Masiello, Gennaro Di Biase, Vincenzo Borrino, Roberta Mistione ed Enzo Romano. Come pensa di mettere in scena il desiderio del guappo Barracano, velato di tristezza e solitudine, di cambiare il mondo applicando le sue regole al posto di quelle esistenti?
“Con il rimpianto di un’epoca e con la certezza di trasformare il personaggio in un simbolo che cerca di sconfiggere
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