di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Portato alla gloria letteraria da Eugenio Montale solo sul finire del 1925, il romanziere Italo Svevo, ora in scena al teatro Bellini con il suo testo “La Rigenerazione” riadattato da Nicola Fano, rimanendo ancora una volta legato a Joyce e Proust e confermando il suo rifiuto esasperato nei riguardi della composizione classica ed il suo abbandono all’irrazionale ed al libero gioco dell’inconscio, consente a Gianrico Tedeschi di dimostrare come il talento e la bravura non abbiano età. Con il testo dello scrittore triestino in mano ad un regista come Antonio Calenda, visibilmente proteso verso l’umorismo e la satira umana e sociale, l’attore riesce ad offrire una prova superlativa offrendo al pubblico delle vere e proprie lezioni di recitazione. Sulle scene di Pier Paolo Bisleri, che non si sottrae alla moda del monocromatismo e dell’essenzialismo, il personaggio di Giovanni Chierici, un anziano signore simpatico e vittima degli acciacchi mentali della senilità che un nipote studente di medicina spinge verso un’ operazione di ringiovanimento, a Tedeschi calza davvero a pennello così come tutto il resto della storia ambientata in una Trieste del 1928 dove si parla, proprio come si farebbe oggi con i moderni ricavati della medicina tesi a combattere l’invecchiamento e le battute a vuoto in materia sessuale, di una portentosa pratica chirurgica capace di far ritrovare giovinezza e vigore erotico. Affiancato da una moglie, ormai arrendevole e sentimentalmente stanca, esageratamente indulgente e priva di emotività, di nome Anna, per l’occasione interpretata da un’impeccabile e fin troppo accademica Valeria Ciangottini, Chierici si sottopone così all’intervento che lo conduce anziché alla sospirata “rigenerazione” fisica e sessuale verso dei flash back mentali capaci di fargli rivivere delle storie sempre in bilico tra il reale e l’immaginario. Attraverso dei sogni che confondono il presente con il passato e che lasciano riaffiorare, come in una seduta di psicoanalisi, il suo vissuto più interiore, Chierici, si abbandona a dei momenti di passione ed ardore mentale che lo portano, dapprima, a dare alla giovane e bella cameriera di casa, Rita, bene impersonata da Zita Fusco, il volto del suo lontano e disinibito primo amore di nome Paola e poi, ad analizzare ciò che avrebbe potuto essere la sua vita se non avesse scelto di sposare una moglie dai mai bene accettati comportamenti bigotti e perbenisti. Dipanandosi sullo stile tipico della commedia sveviana sempre protesa verso dei caratteri insoliti per la narrativa italiana, tutto il lavoro affronta l’irrisolto tema della vecchiaia e della disperata ricerca dell’eterna giovinezza. Richiamando alla memoria il Faust di Goethe, occultamente presente, la figura di Chierici, nelle mani di Tedeschi, resta piacevolmente in equilibrio sul filo dell’ironia e della saggezza di chi guarda in faccia con serenità all’incombente fine cercando al tempo stesso di chiedere proroghe al destino. Tirando le somme della propria vita ed esaminando, per la prima volta, le delusioni del suo rapporto con la moglie, il protagonista de “La Rigenerazione”compie di fatto un atto dovuto nei riguardi di un’esistenza tutto sommato vuota e senza senso. Completato dalla figura della figlia del protagonista impersonata da Sveva Tedeschi, (il cognome la dice lunga sulla sua discendenza artistica) tormentata dalla morte del giovane marito condannato a fine precoce, guarda caso, da un invecchiamento inarrestabile e corteggiata da Enrico Biggioni, un pretendente mentalmente stravagante, impersonato da Fulvio Falzarano, tutta la messinscena, che vede in palcoscenico anche Carlo Ferreri, Francesco Benedetto, Gianfranco Candia e Ivan Lucarelli, porta gli spettatori, in un vortice di sentimenti ora trascinanti ed ardenti ora confusi ed evanescenti.
NAPOLI- Portato alla gloria letteraria da Eugenio Montale solo sul finire del 1925, il romanziere Italo Svevo, ora in scena al teatro Bellini con il suo testo “La Rigenerazione” riadattato da Nicola Fano, rimanendo ancora una volta legato a Joyce e Proust e confermando il suo rifiuto esasperato nei riguardi della composizione classica ed il suo abbandono all’irrazionale ed al libero gioco dell’inconscio, consente a Gianrico Tedeschi di dimostrare come il talento e la bravura non abbiano età. Con il testo dello scrittore triestino in mano ad un regista come Antonio Calenda, visibilmente proteso verso l’umorismo e la satira umana e sociale, l’attore riesce ad offrire una prova superlativa offrendo al pubblico delle vere e proprie lezioni di recitazione. Sulle scene di Pier Paolo Bisleri, che non si sottrae alla moda del monocromatismo e dell’essenzialismo, il personaggio di Giovanni Chierici, un anziano signore simpatico e vittima degli acciacchi mentali della senilità che un nipote studente di medicina spinge verso un’ operazione di ringiovanimento, a Tedeschi calza davvero a pennello così come tutto il resto della storia ambientata in una Trieste del 1928 dove si parla, proprio come si farebbe oggi con i moderni ricavati della medicina tesi a combattere l’invecchiamento e le battute a vuoto in materia sessuale, di una portentosa pratica chirurgica capace di far ritrovare giovinezza e vigore erotico. Affiancato da una moglie, ormai arrendevole e sentimentalmente stanca, esageratamente indulgente e priva di emotività, di nome Anna, per l’occasione interpretata da un’impeccabile e fin troppo accademica Valeria Ciangottini, Chierici si sottopone così all’intervento che lo conduce anziché alla sospirata “rigenerazione” fisica e sessuale verso dei flash back mentali capaci di fargli rivivere delle storie sempre in bilico tra il reale e l’immaginario. Attraverso dei sogni che confondono il presente con il passato e che lasciano riaffiorare, come in una seduta di psicoanalisi, il suo vissuto più interiore, Chierici, si abbandona a dei momenti di passione ed ardore mentale che lo portano, dapprima, a dare alla giovane e bella cameriera di casa, Rita, bene impersonata da Zita Fusco, il volto del suo lontano e disinibito primo amore di nome Paola e poi, ad analizzare ciò che avrebbe potuto essere la sua vita se non avesse scelto di sposare una moglie dai mai bene accettati comportamenti bigotti e perbenisti. Dipanandosi sullo stile tipico della commedia sveviana sempre protesa verso dei caratteri insoliti per la narrativa italiana, tutto il lavoro affronta l’irrisolto tema della vecchiaia e della disperata ricerca dell’eterna giovinezza. Richiamando alla memoria il Faust di Goethe, occultamente presente, la figura di Chierici, nelle mani di Tedeschi, resta piacevolmente in equilibrio sul filo dell’ironia e della saggezza di chi guarda in faccia con serenità all’incombente fine cercando al tempo stesso di chiedere proroghe al destino. Tirando le somme della propria vita ed esaminando, per la prima volta, le delusioni del suo rapporto con la moglie, il protagonista de “La Rigenerazione”compie di fatto un atto dovuto nei riguardi di un’esistenza tutto sommato vuota e senza senso. Completato dalla figura della figlia del protagonista impersonata da Sveva Tedeschi, (il cognome la dice lunga sulla sua discendenza artistica) tormentata dalla morte del giovane marito condannato a fine precoce, guarda caso, da un invecchiamento inarrestabile e corteggiata da Enrico Biggioni, un pretendente mentalmente stravagante, impersonato da Fulvio Falzarano, tutta la messinscena, che vede in palcoscenico anche Carlo Ferreri, Francesco Benedetto, Gianfranco Candia e Ivan Lucarelli, porta gli spettatori, in un vortice di sentimenti ora trascinanti ed ardenti ora confusi ed evanescenti.
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