sabato 10 gennaio 2009

Una Filumena per la grande Titina e la critica secondo lo stesso Eduardo

di Giuseppe Giorgio
Grande novità della stagione teatrale 46/47 de “Il Teatro di Eduardo”, “Filumena Maturano” debuttò al Politeama di Napoli il 7 novembre del 1946 per poi trasferirsi al Teatro Eliseo di Roma, dove iniziò le rappresentazioni il 20 dicembre. Restò nella capitale fino al 9 marzo dopo di che si spostò al Teatro Carignano a Torino e poi al Mediolanum a Milano. Il lavoro che rappresentò il momento chiave della carriera di Titina De Filippo e la fine della sua profonda crisi verso il teatro, fu - come affermò lo stesso Eduardo De Filippo - ispirato da un fatto di cronaca. “L’idea di questa Filumena Maturano - dichiarò infatti l’autore - mi nacque alla lettura di una notizia: una donna, a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda. Questo era il fatterello piccante, ma miniscolo: da esso trassi la vicenda ben più vasta e patetica di Filumena, la più cara delle mie creature”. Scritto nel mese d’aprile di un anno prima del debutto, il testo Eduardiano - così come scrisse Giulio Trevisani “è l’apoteosi del sentimento della maternità, che vince la miseria, redime dall’abiezione, supera gli egoismi umani; afferma il diritto all’eguaglianza tra fratelli; stimola il sentimento della paternità come purificatore di tutte le brutture sociali; è un alto messaggio di umanità”. Ancora, nel gennaio del 1947, un autorevole critico come Silvio d’Amico a proposito del lavoro così si espresse. “E’ comune un’osservazione che nel teatro non solo italiano ma europeo, di questi ultimi trent’anni si avverte abitualmente la presenza di un drammaturgo nostro il quale ha largamente influito sugli scrittori contemporanei: Pirandello. Eduardo De Filippo, non è sfuggito a un tale influsso, né in Questi fantasmi, né in Filumena Maturano. Qui, la paternità riconosciuta su tutti i figli del peccato a cui un uomo ha iniziato una donna, e la figliolanza spirituale distribuita misteriosamente ma con effettiva eguaglianza fra i tre nati da tre sangui diversi, è un motivo genuinamente pirandelliano. Ciò significa semplicemente questo: che anche Eduardo è entrato ormai nel rango dei commediografi europei. Reso sempre meglio esperto, appunto perchè attore, d’una tecnica ormai ben solida, tagliatore di atti e di scene tutte piene, tutte dense, nelle quali l’umanità si rivela attraverso procedimenti ed effetti d’una lega eccellente, Eduardo ci ha dato anche in questa commedia un’opera d’eccellente fattura, degna in tutto dell’entusiastiche accoglienze che ha suscitato…” Ma non contento delle interpretazioni fornite dai critici, qualche anno dopo, in un’intervista apparsa su “Sipario” del 1956, fu lo stesso Eduardo a puntualizzare le sue reali intenzioni in merito al testo. “Secondo me non si è entrati nello spirito, si sono fermati al fatto della commedia. E’ sfuggito quello che era il mio proposito. I tre figli di Filumena rappresentano le tre forze dell’Italia: l’operaio, il commerciante, lo scrittore. ‘E figlie so’ chille che se teneno ‘mbraccia quanno so’ piccerille…Ma quanno so’ gruosse, quanno song’uommene, o so’ figlie tutte quante, o so’ nemice. Pensavo con quella commedia di aver messo in evidenza questa situazione ai governanti, pensavo che avrebbero preso dei provvedimenti”.

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