lunedì 13 giugno 2016

Appena ritornato dall'ennesima tournée negli States, l'attore e cantante Ciro Giorgio riaccende le serate all'Arts Cafè

l'attore e cantante Ciro Giorgio a New York

di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Si è appena conclusa una nuova ed esaltante tournée negli Stati Uniti per il cantante ed attore Ciro Giorgio. Impegnato in terra americana per presentare oltreoceano le note ed i versi delle sue canzoni senza tempo, il popolare artista, ( nella foto a New York)  ha nuovamente spopolato tra gli spettatori americani ed i nostri connazionali emigrati. Tra Hollywood, Phoenix, Las Vegas, New York e Chicago, dove lo chansonnier si è esibito, ancora una volta gli applausi ed i consensi non hanno avuto sosta. Ed ecco che appena rientrato nella sua amata Napoli dall'ennesimo viaggio artistico, Ciro Giorgio ha subito riportato a pieno ritmo il  frequentatissimo  locale  “Arts Cafè”, in via San Giuseppe dei Nudi, 9. In compagnia dei musicisti Enzo Desiato, Guido Bossa, Salvatore Zagarola e Mario Todaro, ed ancora di popolari cantanti come Laura Grey, Franco Manuele ed Antonio De Lisi, il noto artista nonché apprezzato “ultimo” Pulcinella, nel ritrovo sorto in un angolo di una Napoli ancora densa di storia, a pochi passi dal Museo Nazionale, sta confermando la voglia di offrire agli amici ed agli artisti di ieri e di oggi un vivace ed accogliente punto d’incontro. Sempre affollato da personaggi dello spettacolo, pittori, scultori, giornalisti, poeti e scrittori con il ritorno di Ciro Giorgio, l'Arts Cafè ha ripreso così ad offrire tra canzoni, incontri letterari, momenti musicali e culinari tra i soci,  delle allegre e serene serate animate soprattutto dalla cordialità e dal divertimento all'insegna di una Napoli romantica e senza tempo.

martedì 7 giugno 2016

L'intellettuale e drammaturgo Ugo Gregoretti, gli attori Giacomo Rizzo e Francesco Paolantoni ed il compositore Bruno Lanza celebrano la Sceneggiata di Antonio Ottaiano ed il suo debutto al Palapartenope

Antonio Ottaiano
La straordinaria epopea della Sceneggiata torna in voga grazie ad un inarrestabile promotore come Antonio Ottaiano. Lo stesso che per la prima volta nella storia del genere, la presenta il prossimo 11 giugno alle ore 20.30, dinanzi a circa 1500 spettatori al Teatro Palapartenope di Fuorigrotta. Con “E figlie so' piezze 'e core”, i tre atti e tre quadri di Enzo Vitale ispirati alla lirica del 1930 di Libero Bovio e Ferdinando Albano, l'artista Ottaiano sfodera le sue carte vincenti e lo fa portando con coraggio il suo spettacolo nella storicizzata tendo-struttura di via Barbagallo. Prodotto dalla Anfhoras Production di Carmine Gambardella, l'allestimento riconduce così in palcoscenico, tra canzoni e passioni, la vera essenza di un popolo senza tempo. Con la regia di Velia Magno, l'accompagnamento dal vivo dell'Orchestra Fiscale, gli arrangiamenti del maestro Ginetto Ferrara, e con il resto della compagnia tra cui gli attori e cantanti Maria Del Monte, Antonio Buonomo e
Ugo Gregoretti
Mario Aterrano
, ed ancora il figlio d'arte Jack Otto, Ernesto Martucci, Patrizia Masiello, Massimo Salvetti, Thalia Orefice, Ciro Meglio, Luigi Orefice, Gianno Martino ed Ornella Varchetta, Ottaiano riporta tra il pubblico l'ineguagliabile forza di un tipo di teatro da promuovere e tutelare.
Avallando con i loro favorevoli consensi l’intenzione di riportare in primo piano tra il grande pubblico l'antico genere, personaggi come Ugo Gregoretti, Giacomo Rizzo, Francesco Paolantoni e Bruno Lanza, a proposito della missione firmata Ottaiano, così si sono espressi.
L'operazione di Antonio Ottaiano - ha detto l'intellettuale, regista e
Giacomo Rizzo
drammaturgo, Ugo Gregoretti
- è molto interessante. Un'idea
 intelligente che consacra l'artista napoletano come uno dei testimoni della grande cultura popolare di una città senza tempo. Il lavoro mi rende curioso al punto da volere provare ad essere presente tra gli spettatori del prossimo 11 giugno. Mi compiaccio per la volontà di fare rivivere un genere per un periodo finito in soffitta e per la passione con cui si mette in risalto positivamente un aspetto artistico di una Napoli popolare fatta di grandi autori e di veraci interpreti. Ottaiano nel proporre dinanzi ad un pubblico numerosissimo come quello del
Francesco Paolantoni
Palapartenope la Sceneggiata ricavata dal testo di Libero Bovio, porta a termine una missione di carattere antropologico meritevole di plausi e consensi. Sarà bello osservare il rinnovamento di un genere antico e nel contempo apprezzare un'iniziativa capace di dare lustro alle origini più sincere del popolo napoletano”.
Prodigo di complimenti per Antonio Ottaiano e la sua Sceneggiata anchel'attore e regista, Giacomo Rizzo che ha elogiato la voglia di portare in scena uno spettacolo, come originariamente voluto dai primi autori, non contaminato nel testo da criminalità organizzata, carcerati e brutta gente. “La sceneggiata che ricordo, nata con attori
Bruno Lanza
come Aldo Bruno - ha ribadito Rizzo- era solo basata su canzoni di successo. Si tratta di un genere nato pulito che poi nel tempo è alcune volte degenerato. E' bello quindi rivedere la Sceneggiata vera in un grande spazio come il Palapartenope ed osservare come a vincere sono i buoni sentimenti e la morale. Devo fare i miei complimenti ad Ottaiano, che ritengo estremamente civile e soprattutto una persona semplice, per aver osato e per aver proposto in grande stile questo tipo di spettacolo”.
E' giusto - ha detto al proposito l'attore Francesco Paolantoni- esaltare queste rappresentazioni legate alla tradizione capaci di suscitare le emozioni di tanta gente. Salvare le espressioni artistiche del popolo è importante ed al momento Antonio Ottaiano è l'unico in grado di farlo. Lavora in maniera onesta e senza furbizia e soprattutto crede veramente in quello che fa”.
Favorevole all'iniziativa anche l'autore e compositore Bruno Lanza. “Si tratta di un'operazione coraggiosa- ha detto il noto artista- Anche se fino a qualche anno fa consideravo la Sceneggiata superata, devo dire che alla luce del crollo dei valori umani e sociali, la stessa, oggi, ha una sua importante funzione. Se è corretta e non riporta in scena la giustizia fai da te modello Anni 50/60, riesce a riformulare al meglio i valori della famiglia, dell'appartenenza, della solidarietà e della convivenza pacifica. L'iniziativa di Ottaiano ha un suo grande significato. Ora spetta all'abilità dell'artista, al Teatro Palapartenope, produrre interesse in un pubblico più vasto e diffondere il messaggio positivo della sua Sceneggiata”.
                                                                                                                           g.g.

sabato 21 maggio 2016

Franco Pinelli, al Teatro “Mario Scarpetta” di Ponticelli, applaudito protagonista della sua rilettura de "Il settimo si riposò"

Abituato ai drastici riadattamenti teatrali di un regista ed attore come Franco Pinelli, il pubblico del Teatro “Mario Scarpetta” di Ponticelli, sta applaudendo in questi giorni la messinscena de "Il settimo si riposò". Ovvero, una delle più rappresentate commedie di Samy Fayad, datata 1969, riproposta dall'ardito artista nel grazioso spazio di Strada Provinciale Madonnelle con l'Associazione Culturale “Partenope” presieduta da Giovanni Vigliena. Puntando sul lavoro dell'autore e giornalista nato a Parigi e trapiantato a Napoli, dove è morto nel 1999, Pinelli, in scena (si replica anche stasera 21 maggio alle 21.00 e domani alle ore 18.00) sta regalando al pubblico una commedia brillante ridotta a due atti, ricca di intrecci e personaggi vittime di situazioni comiche al limite del paradossale. Nei panni del protagonista Antonio Orefice, il bravo Pinelli, riproduce sul palcoscenico le smanie ed i difetti di un personaggio davvero singolare. O per meglio dire, le inquietudini di uno stravagante tipo che nell'osservare le domeniche come momento sacro dedicato al riposo e alla quiete, deve tuttavia subire, oltre al turbamento di una suocera e di una figlia fidanzata con una sorta di malato immaginario, un evento assai imprevisto. Vedovo di una moglie giovanissima, infatti, il povero  Antonio che odia un suo vicino di casa,  un certo Vincenzo Camporeale, che, pur avendo il suo stesso stipendio, ha un attico con piscina, auto fuoriserie e molte donne, deve vederserla con l'intrusione  in casa di un pericoloso bandito armato di nome Capurro. Con il resto della compagnia formata da Marina Moscatelli, Francesca Pia Di Martino, Antonio Lippiello, Mario Di Martino, Carlo Maratea, Patrizia Cosimo, Giovanni Striano, Emilia Padronaggio e Dante Mazzariello, il lavoro produce tante risate tutte derivate da una serie di esilaranti personaggi che sembrano giungere da ogni dove per complicare la situazione. 
                                                                                                           giu.gio.

martedì 3 maggio 2016

Lettera ad Antonio Sorrentino. Pensieri e parole per un amico ed artista magicamente rivisto al Teatro Totò

Caro Antonio, da quel cupo novembre del 1998 credevo di dovermi rassegnare per sempre all'idea di non vederti mai più. Ed ero pure convinto che dopo quell'indimenticabile sabato Santo del 11 aprile dello stesso anno, quando venni a recensire quel tuo concerto al Ridotto del Teatro Cilea, non avrei mai più potuto riprovare quelle vibrazioni procurate dalla tua voce, da quel tuo inconfondibile canto antico scaturito dall'anima. Caro Antonio, mi ero rassegnato all'idea, ogni volta che sentivo la tua mancanza artistica, di potere solo ricorrere alla tante registrazioni che ci hai lasciato in eredità ed ai tanti video che documentano la tua breve ed al tempo stesso infinita epoea. Ed invece mi sbagliavo! Sì mi sbagliavo! Perchè domenica sera ti ho rivisto al Teatro Totò. Ti ho rivisto negli occhi e nella voce di due straordinari artisti come Francesca Marini e Massimo Masiello e ti ho rivisto nella cornice di un palcoscenico che era tornato ad essere la tua più splendente e naturale casa. Caro Antonio, come è stato bello! Come è stato bello incontrarti e provare nuovamente quelle emozioni che solo tu sapevi suscitare. Come è stato bello potere ripetere nella mente e nel cuore che anche io, come te, come il titolo della tua canzone e come il titolo dello spettacolo “Vivo dove c'è il mare”. Caro Antonio, ti ho ammirato ancora! Ti ho ammirato nelle emozioni diffuse nell'aria dai bravissimi Francesca e Massimo e ti ho ammirato per il tuo modo garbato e lieve di essere ancora con me e con tutto il pubblico. Lo stesso pubblico che insieme agli attori ha potuto rivivere i passi di quella tua breve avventura terrena fatta di tormenti, amori impossibili e proibiti, sogni e canzoni. Caro Tonino, caro Toni Rock, eri di via Duomo come quelli dei quartieri spagnoli sono di Via Roma e come quelli della Sanità sono di via Foria. Eri di Napoli come lo erano Pasquariello, Maldacea e Caruso. Come lo era la tua Pupella Maggio. Eri della città di mare più bella del mondo. Eri di un popolo dal quale non hai avuto la forza di scappare, eri di una realtà che ti affascinava e ti teneva prigioniero al tempo stesso. Eri di un mondo pulito, di un universo fatto di tufo, di note, di sole, di poesia, di colori. Potevi appartenere ad una Sceneggiata di Libero Bovio, ad un dramma di Salvatore Di Giacomo, ad una commedia di Raffaele Viviani, ad un quadro di Vincenzo Migliaro, così come al più elegante e fastoso degli Show di Broadway. Potevi cantare tra i vicoli di Forcella, così come al Teatro San Carlo. Potevi tante cose mio caro Tonino e nello spettacolo che ho visto al Teatro Totò, grazie all'idea di Gaetano Liguori e grazie ai nomi di una locandina che ti ha reso giustizia e merito, ho rivisto tutti i sogni di un giovane artista con un cuore grande ed un talento immenso. Caro Antonio, quando sei andato via, qualcuno mi ha detto che nella tua agenda c'era un tuo pensiero che mi riguardava. E mi è piaciuto in questi anni in cui non ti ho rivisto più, accostarlo a quell'altro celebre “Nu Penziero” che sia pure firmato Giglio- Vessicchio è stato da sempre soltanto tuo. Che magia domenica sera, recarsi in teatro per uno spettacolo e ritrovare un amico come te! Un amico che pensavi di non potere rivedere mai più. Che magia rintracciarti, tra le note, tra le parole, tra le melodie di una terra senza uguali! Che incantesimo, riaverti più che mai vivo nel canto di Francesca Marini che come una sirena, come quella mitologica Parthenope proveniente dal mare, ha offerto in dono al pubblico gli stessi sentimenti che furono tuoi. Che prodigio ritrovarti in Massimo Masiello, ovvero, in quell'inimitabile “cantattore” che non esito a definire come una sorta di tua misteriosa reincarnazione scenica. Caro Tonino, è stato bello sentirti nell'aria, nei miei pugni stretti, nel tepore delle lacrime che a fine spettacolo mi hanno rigato il volto. Nei palpiti del cuore che hai fatto correre a cento all'ora. E' stato bello rivederti, nel volto di tua sorella Raffaella, nelle interpretazioni degli altri attori Enzo Nicolò e Mimma Lovoi, nei contributi al testo di Massimo Abbate, negli arrangiamenti di Antonello Cascone. Quanto è stato bello Tonino mio, sentirti seduto accanto a me. Riprovare le emozioni derivate da quella tua voce sinuosa e raffinata, immaginarti ancora in scena, dinanzi al pubblico più grande del mondo. Immaginarti nuovamente, agli inizi degli anni Settanta, all'uscita della scuola media di piazza del Gesù e poi a casa tua, nel mentre cantavi mostrando orgoglioso quel tuo primo impianto voce. E' stato bello ritornare a casa con la consapevolezza che non sei mai andato del tutto via. Che hai continuato a cantare nell'anima dei napoletani buoni, durante le primavere fiorite di una città unica e meravigliosa. Che hai continuato a recitare tra quella “magnifica gente” che non sempre ti ha capito. Tra quella gente che aiuta la gente. Tra quei “guagliuni” che come te hanno sempre guardato verso il cielo. Ciao Antonio è stato bello incrociare la mia anima con la tua. E sappi una cosa, ne sono sempre più convinto! Proprio come c'è scritto dove tu ora risposi libero da dolori e malanni: “Quanno cantave tu tutt'era overo e vierno addiventava primmavera”.
Tuo affezionato
Peppe Giorgio

lunedì 18 aprile 2016

Le "Stelle a metà" di Sal Da Vinci brillano al Teatro Augusteo.

di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Stelle a metà che unite insieme brillano alla grande, quelle di Sal Da Vinci al Teatro Augusteo. Stelle a metà che nell'offrire il titolo ad un musical dal grande carisma, illuminano la platea nel nome dell'amore e della speranza per un mondo migliore. Ed è stato proprio con queste premesse che nello storicizzato spazio di piazzetta duca d'Aosta, l' apprezzata e collaudata commedia musicale scritta e diretta da Alessandro Siani con un protagonista come Sal Da Vinci, ha conquistato il pubblico sull'onda di un messaggio fatto soprattutto di buoni e preziosi sentimenti.   Con tanti spunti umani e sociali capaci di partire dalla risata per giungere nel più profondo del cuore ed ancora, con tanti motivi divisi tra l' amore, la sofferenza umana e la voglia di un domani felice, il lavoro ha affascinato gli spettatori durante due ore  sature di emozioni e suggestioni. Con le canzoni inedite musicate e cantate dallo stesso Sal Da Vinci partendo dai testi di Siani e con gli arrangiamenti di Pino Perris,  il musical ha portato in palcoscenico il talento di un beniamino del pubblico napoletano insieme a quello di tanti artisti uniti da un sentimento comune come la fratellanza. Basato sulla storia ambientata in uno di quei tanti degradati comuni dell'area vesuviana dove Nicola Avetrana detto Nick (personaggio interpretato da Sal Da Vinci), ex cantante di successo, ha fondato una scuola di musica per giovani talenti, il lavoro parla delle difficoltà incontrate sulla strada di una società difficile e senza cuore. Tant'è che proprio al protagonista spetterà il compito di vedersela con una grande multinazionale intenzionata in quella stessa zona a creare un centro commerciale e che per giunta, per uno strano caso del destino, è legalmente rappresentata da una donna di nome Mia. La stessa donna che prima di partire per Milano senza più tornare, fu il primo grande e mai dimenticato amore di Nick. Ad essere esaltata in “Stelle a Metà” è soprattutto la forza ed il coraggio di chi non intende smettere di lottare e di chi, attraverso le sofferenze, cerca uncamente lo spunto per una vittoria finale. Puntando sui sogni della generazione di oggi e sull'amore che vince su tutto, il musical che resterà in scena al teatro Augusteo ( fatta eccezione per martedì 19 aprile) fino a domenica prossima, sembra rappresentare un grande bozzetto d'autore ispirato a chi lotta giorno dopo giorno per vedere realizzati i propri desideri. Tornato in città dopo il debutto del 2014, “Stelle a  Metà” appare ancora più forte offrendo alla platea, la possibilità di comprendere, attraverso il testo, tante nuove sfumature. Grazie agli attori Gianni Parisi, Stefania De Francesco, Andrea Sannino, Pasquale Palma che accanto allo stesso Sal Da Vinci  ben contribuiscono al successo finale, grazie al figlio d'arte Francesco Da Vinci, che in scena conferma il detto “buon sangue non mente” ed ancora, con un gruppo di giovani talenti formato da Mario Andrisani, Arturo Caccavale, Erminia Franzese, Diego Laurenti, Carmela Pedata, Giovanni Quaranta, Miriam Rigione, Antonio Rocco, Piera Russo e Letizia Vitagliano, il musical targato Napoli piace e convince per modi e contenuti.  Recitando, cantando e ballando tra le scene di Roberto Crea seguendo le belle coreografie di  Luca Tommassini, la compagine artististica capitanata da un Sal Da Vinci perfettamente in sintonia con il ruolo ricoperto, porta così in palcoscenico un formidabile allestimento, che mettendo decisamente da parte criminalità organizzata e politica, lascia il segno nel nome di un teatro ricco di messaggi e di stimoli buoni per la coscienza della gente.
 
   

giovedì 31 marzo 2016

“Evolushow 2.0” il comico ed attore Enrico Brignano al teatro Augusteo

di Giuseppe Giorgio
NAPOLI-  Forte e deciso al cospetto di un'umanità che dipende sempre più da internet ed aggiornando il suo spettacolo “Evolushow” alla pari di un' applicazione con il classico dell'informatica “2.0”, il comico ed attore Enrico Brignano, al teatro Augusteo, riprende il suo discorso in bilico tra l'etica ed i comportamenti umani così come tra la comicità e la filosofia. Attraversando quella darwiniana evoluzione della specie alla sua maniera, Brignano, in circa due ore e venti di spettacolo senza intervallo, osserva con acume e sarcasmo lo status deontologico dell'uomo distinguendo il  buono, il giusto ed il lecito da quanto sconveniente e cattivo rispetto ad un ideale modello comportamentale. Tant'è che con “Evolushow 2.0” da grande monologhista ed intrattenitore, Brignano offre agli spettatori le  sue riflessioni  sulla società di oggi sempre più “web dipendente” e tutti i quesiti di chi s'interroga sulle proprie origini. Parlando di coscienza, valori e di un progresso che spesso è sinonimo di regresso, Brignano, nel suo viaggio attraverso l'evoluzione della specie, si tiene perfettamente in equilibrio tra i sorrisi e le contraddizioni del genere umano così come tra il passato ed il futuro.  Muovendosi su delle scene ipertecnologiche che propongono le immagini di un mondo agli albori insieme a quelle di una civiltà avveniristisca, l'artista romano tra musiche, balletti e qualche canzone, ben sostiene l'intrigante testo da lui stesso scritto con la collborazione di Mario Scaletta, Massimiliano Giovanetti, Manuela D'Angelo, Luciano Federico e Riccardo Cassini. Passando dal Big Bang all’origine del mondo e dalla comparsa dell’uomo sulla terra fino  all’ uomo con il telefonino al posto degli occhi, Brignano traccia una sorta di bozzetto  storico sulla nostra civiltà. Il suo, è un vero e proprio messaggio,  capace di unire nel segno dell'intelletto e della voglia di un mondo meno affannoso e computerizzato. Puntando l'indice sulla “tecnologia schiavista”, Brignano, durante il suo show in evoluzione parla delle scimmie paragonando ironicamente gli atteggiamenti sessuali tipici dell'animale a certi comportamenti umani,  disserta sulla procreazione ed ancora, mette alla berlina il sistema bancario fino a giungere alla problematica dei tatuaggi sulla pelle che raffigurano nomi propri di persona ed allo scottante tema dei giochi estremi dei giovani di oggi. Ancora, Brignano, s'intrattiene sul difficile  rapporto genitori- figli, planando poi,  su di  un mondo da salvare nel nome di una falsa modernità. Ed è proprio il motto “Il mondo è tuo” impresso su di una sfera terrestre che rotea al centro del palcoscenico  a chiudere lo spettacolo. Lo stesso che tra risate e umane riflessioni, dall' era glaciale all'era internet, tenta di esorcizzare i malanni di una società sempre più alla deriva. Alla fine, tanti convinti applausi salutano l'artista che a spettacolo concluso e nonostante l'ora tarda, ha il tempo di parlare al pubblico del compimento dei suoi primi trent'anni di carriera, iniziata il 7 dicembre del 1985.     

domenica 28 febbraio 2016

Con il Musical "Rapunzel" Lorella Cuccarini conquista il pubblico del Teatro Augusteo

di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Più che mai coinvolgente ed affabulante, Lorella Cuccarini, è arrivata al teatro Augusteo. E proprio dal palco dello storico spazio napoletano, con il musical “Rapunzel” diretto da Maurizio Colombi, ha letteralmente ammaliato il pubblico, ribadendo circa trent'anni dopo, tutte le peculiarità artistiche che la videro beniamina in tv accanto al Pippo nazionale. Conquistando la platea così come faceva dal televisivo Teatro delle Vittorie negli anni 1985 e 1986 e confermando le sue potenzialità di evergreen della scena e della canzone, la Cuccarini, ha cantato, recitato e ballato, calandosi, in una formidabile versione noir, nelle vesti della malvagia Madre Gothel. E così, liberandosi dei pannni dell'eterna buona ed affrontando un ruolo per lei a dir poco fuori dagli schemi, Cuccarini non ha impiegato molto a confermare il famoso slogan che l'ha vista per circa vent'anni, in una celebre pubblicità, come “ la più amata dagli italiani”. Straordinaria, così come tutto il resto della compagnia, alle prese con il personaggio scaturito dalla fantasia dei germanici fratelli Grimm, la poliedrica artista ha saputo mettere in luce una efficace professionalità presto tramutata in una generosa dose di bravura ed entusiasmo. Divertendosi in scena alla pari del pubblico in poltrona, Lorella Cuccarini, ha infuso nel suo personaggio una pozione di buffo e di tenero riuscendo a rendere addirittura amabile una figura, che sia pure fiabesca, rimane sostanzialmente un esempio di perfidia e cattiveria. Con la bravissima Alessandra Ferrari, che dopo l'Esmeralda del “Notre Dame de Paris” di Cocciante, ha ben vestito i panni della principessa Rapunzel ed ancora, con l'eclettico Giulio Corso, efficacemente ed elegantemente alle prese con il simpatico ladro dal cuore buono, Phil, tutto lo spettacolo, puntando su di un collettivo dagli altissimi livelli, ha posto in luce un lavoro nato con una marcia in più. Diretto da Colombi, il musical “Rapunzel”, ha avuto il potere di trascinare tutti, grandi e piccini, in un mondo fantastico prendendo in prestito, a tratti, per migliorare la presa, anche gli elementi tipici dell'universo cinematografico. Portando in scena il meglio di una selezione fatta tra 1200 giovani artisti, “Rapunzel”, anche all' Augusteo, ha sfoggiato il pregio di 20 sensazionali performers sempre perfettamente in equlibrio tra la canzone, il ballo e la recitazione. Muovendosi sulle ali delle belle e diversificate musiche di Davide Magnabosco, Alex Procacci e Paolo Barillari, il lavoro si è anche avvalso delle funzionali ed accattivanti scene di Alessandro Chiti così come dei costumi di Francesca Grossi, del sound design di Maurizio Capitini, delle coreografie di Rita Pivano, del disegno luci di Alessandro Velletri e degli effetti di magia di Erix Logan. Lasciando sicuramente un buon ricordo, lo spettacolo musicale prodotto da Luigi e Alessandro Longobardi, è dunque piaciuto agli spettatori napoletani. Gli stessi che, uscendo dalla sala commentando positivamente ed a viva voce quanto appena visto, hanno potuto godere di una messinscena, neanche a dirlo, fiabesca, capace tra novità, qualità ed originalità, di brillare dall'inizio alla fine di una forte e dirompente luce propria.         

venerdì 14 novembre 2014

Con il regista Enzo Arciè il dramma popolare di "Assunta Spina" giunge al Teatro Bolivar

NAPOLI- Due fine settimana di soddisfacenti consensi al teatro Bolivar dove la “Compagnia dei Dieci”, con la regia e l'adattamento di Enzo Arciè, ha portato in scena il capolavoro di Salvatore Di Giacomo “Assunta Spina”. Puntando sul popolare ed intimistico testo digiacomiano che ben si innesta in quel prezioso filone del verismo italiano e fidando su due interpreti come Camilla Aiello nei panni della stiratrice “Assunta” e Fabio Izzo in quelli del macellaio “Michele Boccadifuoco”, l'appassionato Arciè ha di fatto compiuto una coraggiosa missione. La stessa che ha visto la compagnia al completo confrontarsi con quei temi tanto cari al poeta, novelliere e saggista Di Giacomo divisi tra la gelosia, l'inganno, il tradimento, l'amore, il peccato e la passione. Manifestando un' innata voglia di coralità scenica e cercando di fondere i momenti brillanti con quelli tipici del dramma popolare, tutta la messinscena, grazie anche ad una nutritissima compagine artistica, tra cui gli attori Salvatore Barba, Bruno Perciavalle, Sina Gagliardi ed Imma D'Antonio, ha ben mantenuto alto l'interesse del pubblico. Tra colorati e spesso fantasiosi costumi distaccati dal tempo ed ancora, tra trovate comiche ed innesti impavidi, tutto il lavoro, pur provando ad emulare il grande impatto drammatico imposto dall'autore, più d'una volta si è discostato temerariamente dall'originalità del testo. Tant'è che imponendo una protagonista non più giovanissima come quella descritta dall'autore, l'incursione di due ballerini di tango ed alcuni elementi scenici tinti di rosso avulsi dal resto dell'ambientazione, tutto l'allestimento ha risentito della personale lettura di un Arciè che in ogni caso fa bene a non restare preda di quel paralizzante timore reverenziale procurato dalle grandi opere. Iniziando i due atti con la famosa “Canzone 'e sotto 'o carcere” di Raffaele Viviani, creando quasi un precedente vista la storica e documentata avversione di Salvatore di Giacomo per lo “Scugnizzo” stabiese ed infarcendo il tutto con diverse personali trovate, il regista con la sua rilettura nell'esaltare la complessa cupezza del personaggio principale, ha proposto, per così dire, una “Assunta Spina” precariamente in bilico tra l'antico ed il moderno ma al tempo stesso pur sempre animata da uno stimolante spirito innovativo. Per tutti, una rappresentazione meritevole di elogi che sia per la volontà profusa, sia per la voglia di riportare in auge il dramma scritto dal di Giacomo ancor prima che per la Bertini ed il cinema muto, per l'attrice partenopea Adelina Magnetti protagonista al teatro Nuovo nel 1909, ha conquistato i consensi del folto pubblico che benevolmente e lungamente ha applaudito soddisfatto.
Giuseppe Giorgio





mercoledì 5 novembre 2014

Parla Sebastiano Lo Monaco protagonista al teatro Delle Palme della commedia di Peppino De Filippo "Non è vero ma ci credo"

Tutto è pronto al Teatro Delle Palme per Sebastiano Lo Monaco, l’apprezzato attore siracusano che da mercoledì 5 novembre sera insieme con Lelia Mangano De Filippo e la direzione di un regista d’eccezione come Michele Mirabella, ricorderà il mito Peppino De Filippo con la messinscena di “Non è vero, ma ci credo…”. Rappresentata per la prima volta al Teatro Carignano di Torino il 25 ottobre del 1942 con il titolo di “Gobba a ponente” da quel leggendario sodalizio artistico chiamato il Teatro Umoristico “I De filippo” (cui facevano parte anche Eduardo e Titina), al Delle Palme, con la direzione artistica di Bruno Tabacchini, il testo, proverà a mostrare tutto il suo vigore drammaturgico insieme ad un’inimitabile forza ironica. Partendo dal sempre vivo tema della superstizione, “Non è vero, ma ci credo…” ripropone le manie, le suggestioni e le pratiche scaramantiche che fanno parte della vita di tutti noi. Presentando la storia del Commendatore Savastano, un ricco industriale napoletano prigioniero del demone della superstizione, la commedia scaltra ed umoristicamente penetrante, affonda la lama della verità nell’incombente ipocrisia umana. Gervaso, è convinto che un suo impiegato di nome Belisario Malvurio porti per così dire “jella”, tanto da assumere al suo posto niente di meno che un gobbo chiamato Alberto Sammaria. Da quando Alberto è al suo
servizio, tutto procede miracolosamente alla meraviglia ma un giorno, il neo dipendente porta fortuna, si presenta dal principale chiedendo le dimissioni in quanto perdutamente innamorato di sua figlia Rosina. Savastano, che non vuole perdere tanta immunità alle insidie della vita, si prodiga affinché la figlia, che intanto si era dichiarata innamorata di un altro giovane, sposi Alberto. Giunti al matrimonio però, il rimorso di aver offerto la fanciulla ad un gobbo, attanaglia la coscienza di Gervaso che, addirittura, tenta di annullare il tutto finchè un inatteso colpo di scena capovolge il finale. Alberto inaspettatamente si toglie la gobba, che era finta, e confessa di essere stato sempre lui l’aspirante alla mano di Rosina. Le cose si aggiustano ed il povero Gervaso, dovendo rivedere i suoi concetti di superstizione, consigliando al giovane, almeno per il viaggio di nozze in aereo, di rimettere la gobba, si rifugia nella frase che fu di Benedetto Croce e che offre il titolo al lavoro “Non è vero, ma ci credo…”. Con il resto della compagnia completata da Maria Laura Caselli, Antonio De Rosa, Alfonso Liguori, Vincenzo Borrino, Margherita Coppola, Carmine Borrino, Luana Pantaleo, Salvatore Felaco, Sabrina Solimando e Matteo Bianco, una commedia, come afferma lo stesso regista, che riporta tra il pubblico “gli intramontabili segreti della commedia dell’arte”.
Quali sono stati i presupposti che l’hanno portata a diventare il primo attore non napoletano ad ottenere il permesso di mettere in scena l’emblematica commedia di Peppino?
Ho chiesto- risponde Lo Monaco- alla signora Mangano, vedova di Peppino De Filippo e depositaria dei diritti di questo lavoro, la possibilità di cimentarmi con il testo e lei, molto gentilmente, dopo essere venuta in teatro ad assistere ai miei spettacoli “Il berretto a sonagli” e “Per non morire di mafia”, ha accettato consentendomi dopo tanti napoletani, tra cui lo stesso Luigi, figlio di Peppino e Rizzo, di diventare il primo non partenopeo a portare in scena la brillante commedia”.
Dopo il permesso concesso, la signora Mangano De Filippo è pure diventata la sua compagna di scena?
Ne sono davvero felice in quanto per me è un onore avere accanto una donna di spettacolo come Lelia Mangano De Filippo. Oltre ad essere stata compagna di scena e di vita del grande maestro è stata pure interprete accanto Peppino proprio di Non è vero ma ci credo, ossia di quella che sarebbe diventata l’ultima commedia rappresentata dal grande De Filippo”.
A proposito del tema principale della commedia qual è il suo rapporto con la superstizione?
Non sono superstizioso. Sono cattolico, credente e praticante! Tuttavia posso pure lasciarmi andare a qualche scongiuro e considerato che sono 38 anni che faccio teatro, mi concedo pure ogni tanto di giocare a fare il superstizioso. Ho, ad esempio, sempre con me il corno che mi regalò Carlo Giuffrè, con il quale ho lavorato da ragazzino e che piu d’una volta, dopo aver assistito ai miei spettacoli, si è detto fiero di me dinanzi al pubblico. Ed ancora, posseggo il classico chiodo ricurvo che utilizzo, sia chiaro, sempre per gioco e mai per malattia come il protagonista della commedia”.
Nonostante la sua esperienza, le procura qualche emozione particolare essere protagonista proprio a Napoli di una commedia di Peppino De Filippo?
Tengo la faccia tosta! Dopo tanta gavetta con i piu grandi personaggi della storia del teatro presentati a Napoli tra i teatri Bellini, Diana e Mercadante, non provo paura a cimentarmi con Peppino anche perchè confortato dalla stima e dall’affetto che il pubblico partenopeo mi ha sempre dimostrato e dalla speranza che anche stavolta mi accetti benevolmente”.
Nato a Floridia in provincia di Siracusa proprio come Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, tanto vicina alla storia di Napoli in quanto moglie morganatica di Ferdinando IV di Borbone, i suoi collegamenti con la città di partenope non si esauriscono così?
Il mio è un cognome che prima di diventare palermitano e poi siracusano ha una provata discendenza napoletana. Altra curiosità è che discendo da Francesco Lomonaco il letterato e precursore del Risorgimento amico di Foscolo e Manzoni, lo stesso che gli dedico pure una sua poesia”.
Lei che per vent’anni è stato legato al grande autore e regista Peppino Patroni Griffi cosa pensa dell’omaggio che il Teatro Stabile di Napoli sta dedicando alla sua opera a dieci anni dalla scomparsa?
Qualcuno mi ha riferito di questa interessante iniziativa. Credo che Patroni Griffi meritava di certo l’omaggio che lo Stabile di Napoli ha voluto tributargli. Per lo stesso mi complimento con il direttore Luca De Fusco anche se, a dire il vero, trovo singolare, nonostante i miei due decenni di lavoro con il protagonista della cultura italiana del secondo ’900, che fino ad oggi nessuno si sia ricordato di me. Dal 1985 al 2005, anno della sua scomparsa, ho portato in scena ben cinque commedie con la regia di Patroni Griffi, l’ultima delle quali mi ha visto impegnato, proprio nel suo ultimo anno di vita, con la sua visione del lavoro di Miller, Uno sguardo dal ponte.”

Giuseppe Giorgio







Con "Notturno di donna con ospiti" al Teatro Bellini, Giuliana De Sio riporta in cattedra il thriller drammaturgico di Annibale Ruccello

Si resta incantati dinanzi alla messinscena di “Notturno di donna con ospiti” e si rivede l’anima geniale e giovane di quel grande Annibale Ruccello, drammaturgo e profeta.  Tant'è che proprio nella commedia vista al Teatro Bellini con una protagonista come Giuliana De Sio diretta da Enrico Maria Lamanna  è possibile ritrovare il trentenne commediografo ed antropologo intento a riprendere quel discorso bruscamente interrotto da una disperata frenata sull’autostrada Roma-Napoli nel settembre del 1986 ed a recuperare quella dolorosa ricerca di luce  per le sue creature teatrali sempre in cammino verso il chiarore di una società priva di piaghe ed emarginazioni. Descrivendo le azioni di vittime alla deriva fagocitate dal mostro dell’incomprensione umana dinanzi ad un comune destino, Ruccello attraverso uno studio profondo e minuzioso riesce ad esaminare quella atavica sofferenza che per i partenopei si trasforma da sempre in un fatto genetico. Ed è così che ponendo in scena la veglia terrena di un giovane con il grande dono della scrittura teatrale, di un attore e di un regista umanamente preso dalle disperazioni di una Napoli immobile dinanzi alle sue rovine, Lamanna regista, compie una sorta di esplorazione. O, per meglio dire, un'indagine che lo porta a scandagliare mediante una ricognizione erudita sul personaggio, il lavoro di un drammaturgo e studioso che, ancora oggi, si conferma come il migliore cronista teatrale moderno di una società  malata e contorta. Grazie a delle  creature dall'indole noir ed alle immagini di deliri mentali accompagnati da devastanti e degenerative solitudini e grazie al profondo studio della lingua unitamente ad un’attenta osservazione dei  cambiamenti culturali e sociali, a tenere banco sul palcoscenico alla prima di via Conte di Ruvo, è l’investigazione di un commediografo capace di offrire nuova linfa vitale al teatro napoletano e moderni temi di rinnovamento alla drammaturgia italiana ed europea. Esaltando lo spessore metaforico di personaggi per una scrittura possente, tragica e minimale, il lavoro di Ruccello è capace, tra evoluzioni sociali ed ossessioni di vita proiettate dallo stesso drammaturgo nei protagonisti delle sue commedie, di approfondire con garbo e fedeltà i grandi temi della solitudine interiore, dell’emarginazione e del disfacimento della cosiddetta società borghese. Ripercorrendo l’umanità ed il patimento di esseri perseguitati dalle sventure terrene, il lavoro consegna allo spettatore la grande essenza di quella “Nuova Drammaturgia Napoletana” tracciando i tratti di un autore capace di descrivere i cambiamenti culturali di una società devastata dalla televisione e dalla decadenza dell’identità di massa procurata dalle occulte manipolazioni dei mezzi di comunicazione. Dissertando, su quegli esseri ruccelliani divisi tra sogno, realtà, crudeltà e follia, e su quelle creature di un mondo dove le fiabe e la tradizione popolare soccombono dinanzi alla sotto- cultura degli slogan pubblicitari e delle canzonette trasmesse dalle prime radio libere, “Notturno di donna con ospiti” propone tutta la  genialità di un giovane troppo presto scomparso, che più di tutti seppe imporre gli stilemi di un  teatro  fatto di amare risate, emarginazioni, diversità e solitudini di periferia urbana, in lotta contro le devianze  umane  e sociali di un mondo agonizzante. Ed è con queste premesse che parlando della protagonista Adriana, si può affermare che è Giuliana De Sio a coglierne in pieno il vero spirito immaginato da Annibale Ruccello. Insostituibile artefice di un lavoro delirante, l'inesauribile ed emotivamente trascinante attrice porta in scena l’immagine di un autore che meglio di tutti seppe descrivere gli stravolgimenti culturali, linguistici ed antropologici di una società corrotta dai media. Con l’attenta regia di Enrico Maria Lamanna che nulla interpone tra la sacralità del testo ed il trascorrere del tempo, “Notturno di donna con ospiti” nel confondere la realtà con il delirio e nello strizzare l'occhio al cinema thriller degli anni Settanta, riesce a trasmettere ancora integri tutti i frutti di uno studio rivolto alla perdita dei valori sociali e delle identità di massa causata dagli effetti devastanti di una collettività corrotta e manipolata. Ora dolce e sognante, ora spietata e crudele, ora folle e delirante, la commedia che si fa pure forte della straordinaria prova di Gino Curcione e delle efficaci interpretazioni di Rosaria De Cicco, Andrea Venuti, Mimmo Esposito e Luigi Iacuzio, riproduce alla perfezione l’immagine di un mondo isolato e minacciato da un misterioso esterno dove alle arcaiche espressioni della tradizione popolare si contrappongono i “consigli per gli acquisti” ed ai riti liturgici le canzoni trasmesse dalla radio. Una donna allo sbando quella descritta da Ruccello, una donna ammaliata dalla Tv, una donna ferita, gravida e prigioniera, privata della propria personalità e gravemente  malata di solitudine che si dimena tra gli artigli dei modelli culturali imposti dalla comunità. Ed è proprio questa stessa donna, che la De Sio, beneficiando di una regia capace di investigare su di una drammaturgia di rinnovamento, porta in scena oltre che con il corpo con l’anima, esprimendo al meglio, tra atroci e dissennate reazioni e terribili fantasmi del passato, la decisa protesta ruccelliana contro la privazione dei miti sociali e contro la degenerazione dell’immaginario collettivo. In replica fino a domenica 9 al teatro Bellini “Notturno di donna con ospiti” travolge gli animi del pubblico nascondendo dietro l'insanguinato quadro di una tragedia contemporanea quella necessaria catarsi sinonimo di liberazione e riscatto. 

Giuseppe Giorgio

* Articolo apparso sul quotidiano Roma di domenica 2 novembre 2014

 







 

Ruffianerie, indisposizioni a catena ed imitazioni di galline per l'omaggio a Garinei & Giovannini con Enrico Montesano senza Pippo Baudo

C'era una volta la grande commedia musicale all'italiana, c'erano una volta i grandi Garinei e Giovannini. Ed oggi che l'emozionante favola dell'indimenticabile tradizione firmata “Sistina” è diventata “Story”, al teatro Augusteo, tra  “indisposizioni” a catena e slittamenti, un Enrico Montesano vagamente dimesso ed orbo dell'assente Pippo Baudo, presenta al pubblico napoletano con il titolo di “Sistina Story” il suo nostalgico ricordo di quello che fu lo straordinario mezzo secolo della coppia G&G.  E così, con la biondissima Sabrina Marciano che tra una canzone e l'altra prende il “posto” dell’“indisposto” Pippo nazionale, narrando, con tanto di cartellina da conduttrice tv, le vicissitudini storiche della magica epopea artistica, l'ex Rugantino Montesano traccia, scavando tra ricordi personali ed aneddoti infarciti di fantasia, i tratti di quei meravigliosi anni che videro la nascita di spettacoli come “Buonanotte Bettina”, “Un trapezio per Lisistrata”, “Un paio d'Ali”, “Aggiungi un posto a Tavola”, “Bravo”, “Rinaldo in campo” “Se il tempo fosse un gambero” e “Rugantino”. Con la regia di Massimo Romeo Piparo e le coreografie di Bill Goodson quello che più d'una volta smarrisce le coinvolgenti sembianze dello spettacolo musicale, anche per effetto delle lunghissime prolusioni “montesaniane”, alla fine sembra trasformarsi in un evocativo viaggio della memoria modello “Rai Educational”. Tant’ è che provando ad ammaliare gli irriducibili sostenitori del genere con il tenero ricordo di personaggi come Wanda Osiris, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Nino Manfredi, Walter Chiari, Bice Valori, Domenico Modugno, Frano & Ciccio e Delia Scala, il tris d’autori formato dallo stesso attore romano con Baudo e Piparo, tra qualche balletto e qualche “timida” esecuzione dei brani portanti dei più celebri “italian musical” estrae dal cilindro, come salvifica risorsa, pure il racconto degli incontri di Montesano con gli indimenticabili “dottori” di Palazzo Sistina. Cavalcando l'onda dell'unico "Teatro Stabile della Commedia Musicale Italiana", scavando ancora nel baule dei grandi classici di un'Italia che non c'è più, Montesano provando a condurre il “sonnacchioso” pubblico nel suo itinerario cultural-musicale, trova, poi, ulteriori elementi per le sue evoluzioni attingendo dalle ekbergiane reminiscenze da “Dolce Vita”, dall’Italietta delle “Mani Pulite”, dalle evitabili imitazioni di polli ruspanti, dalla riproduzione di suoni di battaglie aeree, dai ruffiani e scontati accenni ad Eduardo e dai fatterelli nati all’ombra del tempio di Pietro Garinei e Sandro Giovannini.  Tirate in ballo anche grazie all'ausilio di due grandi schermi le antiche immagini delle “colonne” dello storico teatro romano come i Maestri Armando Trovajoli e Gorni Kramer a ridestare il pubblico moderatamente coinvolto dai fin troppo “generosi” momenti parlati, intervengono infine i successi storicamente legati alla vita del Sistina, tra cui, neanche a dirlo, le celebri “Roma nun fa la stupida stasera” ed “Aggiungi un posto a tavola”, seguite a ruota, fino a giungere ad un un secondo tempo certamente piu brioso del primo, da “Domenica è sempre domenica”, “La ballata di Rugantino”, “Lo munno e’ fatto per noi”, “Buonanotte al mar”, “Hello Dolly”, “E’ più difficile il mestiere del marito”, “Un bacio a mezzanotte”. Tutti pezzi di storia, insomma, fatti di note e poesia, che interpretati dallo stesso Montesano accompagnato da un’orchestra di venti elementi diretta dal Maestro Maurizio Abeni, oltre che da diciotto performer danzanti e dalle brave cantanti Sabrina Marciano e Valentina Spalletta,  regalano alla partenopea platea, con uno stile modello varietà televisivo, cinquant'anni di ricordi e di emozioni nel nome di artisti capaci di diventare miti e di far vivere modestamente di rendita chi ancora oggi li evoca nel nome di melanconici ed affettivi struggimenti.
Giuseppe Giorgio


La voce di Francesca Maresca con "Mas Que tango" incanta il pubblico del Teatro Delle Palme

Delicato e lieve come una carezza di donna, ardente ed emotivo come un amore senza tempo. “Mas Que Tango” lo spettacolo di Francesca Maresca, al Teatro Delle Palme, incanta ed affascina attraverso un passionale viaggio canoro che partendo da un'anima napoletana passa per l'Argentina, la Spagna, il Portogallo e la Francia. Capace tra musica e danza di proiettare lo spettatore in un mondo quasi fiabesco pullulante di ricordi, nostalgie e passioni che si incontrano con l'essenza di millenarie terre latine, lo spettacolo dell'ammaliante cantante sorrentina dal cuore jazz iniziando da una sorta di vicolo immaginario situato al di là del tempo e prendendo come spunto le sensazioni di una artista sospesa tra passato e presente, tratta in maniera coinvolgente dell’amore, della giovinezza, del dolore, dell’allegria ed ancora di quei sogni e di quelle speranze che tanto farebbero bene alle esistenze della nostra società. Con la stessa Francesca Maresca che spettacolo dopo spettacolo sembra rincorrere una sublimazione artistica capace sempre più di incantare la platea, “Mas Que Tango”, sfiorando solo con il pensiero le profondità della melodia napoletana, si inoltra nei canti di quelle città a sud del mondo da sempre vicine allo spirito di una Partenope fatta di magma e sentimenti. Con brani come “Historia de un amor” “Laurita”, “Vuelvo al Sur”, Hymne à l'amour”, “Sous le ciel de Paris”, “La Chanson des Vieux Amants”, l'interprete Maresca, forte di una voce ricca di preziosismi tecnici e stilistici e formidabili cambi di registro, si inoltra subito tra i sentieri intrisi di amore e cocenti passioni di cantori senza età come Richard Galliano ed Astor Piazzolla e come l’indimenticabile “passerotto” francese Edith Piaf e Jacques Brel. E così mentre a farle compagnia sul palco è l'altra protagonista dello spettacolo, ovvero, la fisarmonica di  Alfredo Di Martino, unitamente al piano di Catello Cannavale, al contrabbasso di Gianfranco Coppola ed alla batteria di Franco Gregorio, ad incorniciare il tutto in una dimensione onirica, sono i ballerini di Tango argentino Paola Perez e Luca Caruso. Cantando con il corpo e con l’anima, Francesca Maresca al pubblico, in un'ora e venti minuti, sembra offrire una salutare dose di spettacolarità fatta di arte, amore e sentimento, tant'è che giunta virtualmente sulle sponde portoghesi e poi del Mar del Plata, sublime e trascinante diventa il suo omaggio al Fado ed a Dulce Pontes con “Cancao do mar” ed al canto argentino e Mercedes Sosa con “Alfonsina Y El Mar”. Con gli straordinari arrangiamenti dello stesso fisarmonicista Di Martino che completa magnificamente il concerto con le sue evoluzioni musicali tra brani come “Tango por Claude” e “Chat Pitre” di Galliano ed “Oblivion” e “Libertango” di Piazzolla, lo spettacolo nato grazie al “Penisola Sorrentina Festival” comprendente il “Syrene Musica”, il “Sorrento Jazz” ed il “Piano Jazz” piace e convince così come le continue incursioni nell'irresistibile universo jazz. Portando sulle tavole del palcoscenico del Delle Palme, le ansie, le passioni, le gioie, le lotte e le sofferenze di popoli dal cuore latino ed ancora, intingendo il tutto in sonorità senza tempo e confini, Francesca Maresca, al pubblico consegna, tra canzoni e sentimentalismo, un vera e propria dichiarazione d’amore. Ed è proprio puntando su di uno spettacolo fatto di grandi affetti e di interiori passioni, che la cantante quasi a volere imporre una canzone intesa come simbolo del  bene che trionfa sul male, racchiudendo in una sola magica pozione tutti gli ingredienti tipici di una artista con l’amore nell’anima, il mare nel cuore e la voglia di volare libera negli occhi, devolve agli spettatori tutta la sua profonda sensibilità insieme ad un’irresistibile forza espressiva fatta di anima, di carne e di incantevole voce.  
Giuseppe Giorgio















sabato 16 novembre 2013

All'Arts Cafe il cantante e pianista Mario Todaro, presenta il suo nuovo cd “6 in un Piano Bar”

Mario Todaro
Tutto è pronto all’Arts Cafe per fare gli onori di casa al cantante e pianista Mario Todaro, che martedì 19 novembre alle 18.30 nello storicizzato locale di Via San Giuseppe dei Nudi, 9  sarà il protagonista di uno show case durante il quale presenterà in anteprima al pubblico ed alla stampa il suo nuovo cd “6 in un Piano Bar”. Condotta dall'attore, regista e cantante Ciro Giorgio, la serata moderata dal giornalista e critico musicale, Giuseppe Giorgio,  porrà l’accento su di un lavoro discografico capace di ripercorrere con i sei brani che lo compongono alcune riletture delle pagine musicali che hanno segnato la storia della canzone nostrana. Con la partecipazione di numerosi esponenti del mondo del teatro, del cinema e della canzone, il pianista di Piano Bar Mario Todaro, si presenterà così sulla scena della discografia nazionale. Nella compilation, con gli arrangiamenti e le orchestrazioni del maestro Giuseppe Mazzillo brani senza tempo come la celebre “Caruso” di Lucio Dalla, “Tu si ‘na cosa grande” di Modugno, fino ad arrivare a canzoni come “Mi manchi” dello straordinario Fausto Leali, “Uè Spagnò”, “Magari” di Renato Zero e “Bongo Bongo”, scelta quest'ultima, che vede il popolare artista riproporre il brano che è la versione italiana scritta da Devilli del pezzo musicale Civilization di Bob Hilliard e Carl Sigman, portato al successo nel 1947  da Nilla Pizza e Luciano Benevene. La canzone fu anche incisa nel 1949 dai due cantanti insieme al Duo Fasano ed è stata riproposta nel 1985 da Renzo Arbore nella trasmissione televisiva cult "Quelli della notte". Per Mario Todaro, protagonista in questi anni di tante serate all’insegna della canzone d’autore, quindi, un momento tutto da incorniciare, che nel vederlo protagonista di una nuova avventura discografica lo consacra come amante e paladino di una musica senza tempo ancora portatrice di divertimento e buoni sentimenti. 

sabato 6 luglio 2013

"Dal Mito a più Infinito" Lunedì 8 luglio alle 11.30 al Museo Archeologico di Paestum la conferenza di presentazione per la Rassegna Teatrale Estiva al Tempio di Nettuno

Sarah Falanga
CONFERENZA DI PRESENTAZIONE
Lunedì, 8 luglio 2013
Ore 11.30
Museo Archeologico Nazionale di Paestum
Via Magna Grecia, 919 - 84063 Paestum - Capaccio (SA)
Telefono 0828-811023

Rassegna  Teatrale Estate 2013                                                         
 Paestum
Tempio di Nettuno
L’Accademia Magna Graecia
presenta
Il Teatro nella culla dell’uomo
“…..dal mito a + ”
ritrova-menti dalla modernità
“dal moderno all’antico e ritorno:
il teatro è compagno di viaggio dell’umanità…perché l’arte è infinita come la vita!”

Interverranno con l’attrice e regista Sarah Falanga, dir. artistica Rassegna e  pres. Ass. Magna Graecia
la dott.ssa Adele Campanelli, Soprintendente ai Beni Culturali per la provincia di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta
la dott.ssa Marina Cipriani, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Paestum
Il dott. Italo Voza, Sindaco di Capaccio- Paestum
Il  dott. Luigi Scorziello, presidente della Banca di Aquara
Il dott. Vincenzo di Lucia, assessore allo spettacolo di Capaccio
Il dott. Eustachio Voza ,assessore alla cultura del Comune di Capaccio 
la dott.ssa Carmela Migliorino(Ufficio turismo e spettacolo- Comune di Capaccio)
Il dott. Enzo Cerullo-Vicepresidente associazione Poseidonia(Comune di Capaccio)
La dott.ssa Camilla Aulisio- Sponsor Domus Laeta
la sig.ra Pina Piro -Sponsor (negozi abbigliamento donna-alta moda)
Marianna Polito-Fashion Eventi Capaccio
Tra i presenti alla conferenza anche alcuni attori protagonisti degli spettacoli in cartellone tra cui: 
Christian Mirone, Christian Moschettino, Roberta Bonora, Veronica Falcone, Amelia Capuano, Tommaso Ficchele e gli allievi dell'Accademia Magna Graecia

Dal 14 luglio al 14 settembre 2013, alle ore 21.30, al Tempio di Nettuno a Paestum, tanti appuntamenti e nuovi stimoli per un teatro ed un turismo capace di unire divertimento e cultura nell’ambito della Rassegna estiva… “dal mito a più Infinito”, promossa dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici e il Comune di Capaccio Paestum e realizzata in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale. In programma in una delle aree archeologiche più belle del mondo durante tutto il periodo estivo, la kermesse teatrale prevede l’apertura serale al pubblico del Tempio di Nettuno per tutti gli spettacoli della rassegna e promuove un interessante e fitto programma caratterizzato da incontri culturali, momenti in musica e rappresentazioni teatrali. Un’occasione straordinaria per conoscere o ritrovare gli eccezionali siti archeologici dell’antica Poseidonia, resi ancora più affascinanti dalla magica atmosfera della notte. Ma soprattutto un’occasione per rivivere insieme il passato, alla scoperta della nostra identità storica ma soprattutto culturale, in un luogo che ha fatto e continua a fare, dopo millenni, la Storia.


In programma
Drammaturgie scritte e dirette da Sarah Falanga
14 luglio "Dioniso ed il suo corteo"
23 luglio “Inedito”
3 agosto "La festa greca dei Posedoniati"
9 Agosto "Il mito di Cassiopea"
22 Agosto "Io Anna Magnani?"
7 Settembre" Scetammone Ciliento "Il musical sui moti rivoluzionari del 1828 nel Cilento
14 Settembre: "...e lucevan le stelle"- Concerto

Per l’ufficio stampa e comunicazione Accademia Magna Graecia 
dott. Giuseppe Giorgio
Per contatti ph.3473173556 - giuseppegior@libero.it
Accademia Magna Graecia - Museo Archeologico Nazionale- Capaccio Paestum
ph. 0828811581- 3393562828

martedì 2 luglio 2013

"La Giostra" a Soccavo per un emozionante giro nel teatro di Gogol

Marianna Robustelli
di Giuseppe Giorgio
Il vino buono, così come recita l’antico detto, sta nelle botti piccole ed a ribadire tale proverbiale affermazione, sembra intervenire il teatro “La Giostra” di Soccavo, lo spazio sorretto ed animato dalle registe Maria e Valeria Tavassi che da 15 anni lottano nel segno di un amore sviscerato per la drammaturgia per dare vita e sostentamento ad una struttura capace di rappresentare una vera oasi di qualità ed innovazione in un mondo teatrale sempre più arido e privo di fantasia. E così puntando su di una programmazione in grado si spaziare tra i più grandi autori a livello mondiale tenendosi nel contempo perfettamente in bilico tra modernità e tradizione ed ancora, avvalendosi di un gruppo di giovani artisti davvero con tutte le carte in regola per proiettarsi verso più grandi e prestigiose realtà, in via dello Sport, in un angolo seminascosto di una Napoli spesso dimenticata, le sorelle Tavassi regalano al loro pubblico delle piccole perle di spettacolo unendo insieme il passato con il presente nel nome di un sentimento chiamato passione. Tant’è che dopo aver portato in scena i maggiori esponenti della drammaturgia contemporanea con la partecipazione dei più gettonati interpreti della scena teatrale nazionale, saltando da  Viviani alla Christie e da Wesker a Fo, l’ultima messa in scena in ordine di tempo presentata dall’ambizioso spazio, è stata addirittura dedicata al grande scrittore russo, maestro della rappresentazione narrativa,  Nikolài  Gogol con “L’ispettore generale” ( Revizor) , il racconto capolavoro del 1836 diventato una straordinaria commedia degli equivoci che alzando l’indice contro la corrotta burocrazia della Russia zarista riuscì con non poche polemiche a metterla efficacemente alla berlina. Una satira, davvero pungente quella scelta dalle Tavassi che nell’esaltare le peculiarità dell’opera il cui pregio maggiore risiede nell’incomparabile caratterizzazione dei tipi e degli ambienti, evidenzia le capacità di  una vulcanica compagnia tra cui figurano oltre a rampanti attrici già affermate in ambito nazionale come Marianna Robustelli ( nella foto) giovani artisti davvero degni di plausi come Luca Narciso, Monica Buonanno, Massimo Minopoli, Barbara Buonanno, Alfonso D’Auria, Melania Massa, Emanuele Scherillo, Denise Cario, e Nilsa Variale. Partendo dal lavoro maggiormente rappresentato sulle scene del teatro russo, da quella apparente comicità di Gogol ed ancora, dalla storia di un giovane scapestrato che giunto in un paesino di provincia è scambiato per l’atteso e temuto ispettore generale godendo per effetto dell’inconfessato equivoco di favori e cortesie, anche stavolta “La Giostra” che tra le sue forze trainanti annovera anche l'altra attrice di casa Maria Angela Robusteli Tavassi, ben merita l’interesse di chi dal teatro vuole soprattutto emozioni. Estremo baluardo di cultura ed amore per la scena in una zona come Soccavo, il piccolo ma grande spazio, conferma così le sue grandi peculiarità artistiche anelando ancora, prima che sia troppo tardi, l’interesse di qualche ente o istituzione, capace di sconfessare una realtà drammaticamente simile a quella del mondo di Gogol e di fare qualcosa di fattivo per una fucina di giovani attori da tutelare e per uno spazio da sempre sinonimo di un teatro scevro da imposizioni e contaminazioni di potere.   

Articolo pubblicato sul quotidiano Roma di sabato 29 giugno 2013 

mercoledì 26 giugno 2013

"L'anima buona di Lucignolo". Per il Fringe Festival da Collodi a Saccoia nel ventre scuro di un circo in rovina

Luca Saccoia
di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Come il capocomico d’una antica carretta di comici in cerca di mecenati e successi, il regista ed attore Luca Saccoia è da oltre un anno e mezzo che lavora, suda, crea, interpreta e impartisce istruzioni di regia per la sua deliziosa ed introspettiva “operetta dark”, “L’anima buona di Lucignolo”, ovvero, lo spettacolo che dopo aver vinto il bando di concorso verso il Fringe 2013 e dopo aver ottenuto il contributo produttivo per il debutto in prima assoluta, con i buoni auspici del direttore Giulio Baffi, al “Festival Benevento Città Spettacolo” per il 2012, è giunto al Teatro Sannazaro per la nuova edizione dell’ E/45 Fringe Festival.  E’ cosi, portandosi sulle spalle il peso d’un teatro fatto soprattutto di sacrifici e sogni da realizzare, l’artista Saccoia, calandosi nei panni di un vecchio malconcio direttore di un circo morente, regala al pubblico con l’apporto di Enzo Attanasio nel ruolo di uno stravagante “omino di burro” e Mario Zinno alle prese con un controverso “Lucignolo”, la sua delirante visione del collodiano mondo di Pinocchio e di tutti quei personaggi ad esso collegati. Immaginandosi nel ventre scuro di un circo in rovina, “tra un binario morto e una discarica di gabbiani monchi” e narrando in musica come un cantore senza tempo la  fantomatica storia dei ciuchini volanti insieme a quella di un  Pinocchio ed un Lucignolo, fratelli di sangue e rivali in amore, l’interprete Saccoia ed il suo alter ego scenico, lottano con l’infausta incombenza di quello stesso demone che semina discordie e morte. Lasciando il celebre burattino sullo sfondo, consentendo ai personaggi secondari  della sua celebre storia di innalzarsi al ruolo di protagonisti e rischiarando flebilmente il tutto con il filamento incandescente di lampadine al tungsteno testimoni di antiche vestigia, “L’anima Buona di Lucignolo” partendo dalla drammaturgia di Claudio B. Lauri, mescola odio e amore, passione ed inganno nel nome di insanabili rancori. Sui resti di un circo in sfacelo, antico scenario metafisico di personaggi in lotta l’uno con l’altro, animati da segreti, malvagità e sofferenze, dalla singolare storia, ad emergere è la forza di una realtà che sia pure in contrasto con gli stilemi di Carlo Lorenzini al secolo Collodi,  propone al pubblico  sulle musiche originali di Luca Toller e le parti canore divise tra il Jazz ed il melodramma, uno spettacolo capace di trasformarsi in una sorta di lettura psicoanalitica di una mancata iniziazione adolescenziale sulla cornice di un mondo saturo di superbia ed arroganza. Quella che Saccoia dirige ed interpreta, offrendo insieme ai suoi compagni di scena una prova decisamente apprezzabile per stile e contenuti, è una storia nuova che abbracciando a tratti il movimento gotico s’insinua decisa nella mente dello spettatore. Ricco di suggestioni e sfumature umane ed ancora, animato da una sottile ed amara ironia, il lavoro sembra trasformarsi nello schema d’una tragedia sospesa sull’antico contrasto tra la purezza e la corruzione, l’ umanità e l’ egoismo, la vita e la morte. Come in un crudele martirio, i sofferenti personaggi di “L’anima buona di Lucignolo” danno vita ad una vicenda satirica, struggente e surreale che travolge la mente di chi, osserva il calvario di esseri senza pace.  In un clima ora evocativo ed angosciante ora grondante di  flash back di antiche memorie, ora colorito da lampi di sfuggevole ironia, ora funestato da fallimenti interiori, gli artefici della moderna operetta firmata Saccoia sembrano riflettersi nelle schegge di uno specchio rotto dal destino materializzando il crudele conflitto di esistenze portate ai margini da una collettività cieca ed ottusa. Tant’ è che proiettate in un quadro di vita drammatico e beffardo, le emarginate creature vissute all’ombra di un evanescente Pinocchio cercano di raggiungere una sublimazione interiore pur rimanendo esseri fragili ed incompresi desolatamente esclusi da una società allo sfascio. 

Articolo pubblicato sul quotidiano Roma del 26 giugno 2013

domenica 23 giugno 2013

Il "Circo Equestre Sgueglia" ed il Viviani metafisico di Alfredo Arias

di Giuseppe Giorgio

NAPOLI- Al primo debutto di “Circo Equestre Sgueglia” avvenuto al Teatro Bellini di Napoli il 29 novembre del 1922, l’importante prima fu annunciata su “Il Giorno”  con queste roboanti parole: “Alle ore 21.15 andrà, finalmente in iscena stasera la nuova commedia in tre atti, prosa e musica di Raffaele Viviani ‘Circo Equestre Sgueglia’. Il Viviani vi sosterrà  la parte del protagonista che è il clown don Samuele. Lo spettacolo sfarzosamente allestito e brillantemente eseguito sotto l’abile sua concertazione e direzione è destinato al più clamoroso successo. Il teatro sarà rigurgitante!” Ed è forse, proprio sulla spinta dell’entusiasmo di questo antico lancio pubblicitario, che per il ritorno in teatro della commedia presentata al San Ferdinando per il “Napoli Teatro Festival” si sono scelti ancora una volta i clamori delle grandi occasioni insieme all’altisonante definizione di “prima mondiale”. Fortuna meritata, quindi, per una commedia che sia pure già alla prima rappresentazione divise il pubblico e la critica per la scelta dell’autore di allontanarsi dal suo consueto repertorio pittoresco e tipicamente napoletano, oggi sembra ritrovare, in barba alla stessa “vivianea” voglia di “Campanilismo” espressa nella celebre ed omonima poesia, in un argentino come lo straordinario Alfredo Arias, un regista capace di esaltare, senza timore alcuno, il grande intreccio del primo lavoro di Viviani in tre atti  volutamente in bilico tra il dramma umano e la metafisica ironia. Con Massimiliano Gallo  che nei panni del clown Samuele, gli stessi che furono di Viviani, offre unendo arte e mestiere una prova davvero esaltante riuscendo persino a raggiungere quegli stilemi tanto cari a Fellini ed a cesellare le forme d’una creatura di ingenua purezza che lotta invano contro le malvagità del mondo ed ancora, con Monica Nappo che nelle vesti di Zenobia , le stesse che appartennero a Luisella Viviani, offre un corpo ed un’anima alla drammatica figura di una donna vittima designata del suo smisurato e non ricambiato amore per Roberto il marito cavallerizzo, tutto il lavoro, al di là delle flebili prese di posizione degli irriducibili nostalgici delle macchiette, del Varietà, del buffo “Fifì Rino”, di Mimì di Montemurro e del “Guappo nnammurato”, riesce, occupandosi di quegli aspetti più autentici e fondamentali della realtà, ad esprimere una rara forza espressiva fatta di personaggi veri e drammi originali.  Dal suo amore per il circo e dal personale legame interiore con il mondo così bene descritto da Viviani, il regista Arias, proprio come un prestidigitatore, tira fuori dal suo cilindro le emozioni di coloro che, come i personaggi del circo di don Ciccio Sgueglia, ovvero come i componenti di una famiglia provvisoria di cui ognuno è nemico dell’altro, nascondono le lacrime dietro le risate e la fragilità di una vita ingrata dietro la speranza di un domani migliore.  Esaltando le capacità di Viviani e ponendo l’accento su quegli stessi suoi personaggi capaci addirittura di confondersi con i moderni tipi di beckettiana essenza, eternamente in attesa di qualcosa che intervenga a cambiare il mondo ed in lotta con una vita senza senso preda dell’incomunicabilità, Arias, sembra riscoprire, come si legge nelle sue stesse note, “la meccanica delle lacrime” e “l’arte di far piangere”. Così, assistendo dall’esterno alle vicissitudini umane dei protagonisti del circo Sgueglia,  intrise di tradimenti, passioni morbose, vizi,  invidie e malefatte e solo intravedendo lo spettacolo vero e proprio sempre seminascosto dal tendone montato su di una metaforica Piazza Mercato ed i cui numeri si possono soltanto intuire attraverso le musiche introduttive, la messinscena firmata Arias, utilizzando una sorta di cantastorie in frac, interpretato da Mauro Gioia che tra canzoni come “Cuncettì…Cuncettì”, “Tarantella Segreta” e “’O guappo nnamurato”, descrive l’evolversi della vicenda, conduce tutti all’intimistico epilogo. Ovvero, a quando, un anno dopo, incontrandosi in Piazza del Carmine, già scenario di famosi supplizi, i veri protagonisti di tutta la storia, Samuele e Zenobia, come  accidentati clown smarriti e feriti che si ritrovano su di una  strada che potrebbe essere anche quella della redenzione, cantano insieme agli altri sventurati compagni circensi apparsi solo come fantasmi di un passato ingrato, “Canzone ’e sott’’o carcere”. Con gli altri interpreti, Francesco Di Leva, Tonino Taiuti, Gennaro Di Biase “en travesti” nei panni di “Bettina”, Giovanna Giuliani, Carmine Borrino, Autilia Ranieri, Lorena Cacciatore e Marco Palumbo che agiscono alla perfezione sulle istruzioni di Arias, con le musiche dal vivo arrangiate da Pasquale Catalano, le coreografie di Luigi Neri,  le scene di Sergio Tramonti ed i costumi di Maurizio Millenotti, il “Circo Equestre Sgueglia” convince con la testimonianza di tutti coloro che a fine spettacolo applaudono lungamente acclamando a viva voce attori e regista.

Articolo pubblicato sul quotidiano Roma di domenica 23 giugno 2013 

venerdì 14 giugno 2013

La maschera di Benedetto Casillo e l'audacia di Pierpaolo Sepe per l'eduardiano "Sik Sik l'Artefice Magico"

Benedetto Casillo in Sik Sik l'artefice magico 
di Giuseppe Giorgio
NAPOLI- Nel circo, si chiama clown bianco. Rappresenta l’eleganza quasi snob e come diceva Fellini a proposito del colore “la grazia, l’armonia, l’intelligenza, la lucidità”. In teatro, invece, dopo aver visto per il “Napoli Teatro Festival” il debutto dell’eduardiana “Sik Sik, l’artefice magico” per la regia di Pierpaolo Sepe, lo stesso personaggio, potrebbe chiamarsi semplicemente Benedetto Casillo. E’ proprio lui, infatti, con l’umiltà della commedia dell’arte nel sangue e la sapienza di chi lavora in palcoscenico per fare in modo che la reazione del pubblico sia frutto di un preciso processo, ad infondere alla creatura forse più cara allo stesso autore, il prestigiatore Sik Sik, una passionalità divisa tra la disciplina della scena e l’interiorità di chi con naturalezza sembra devolvere al pubblico sotto forma di emozioni quanto raccolto in lunghi anni di gavetta. Presentata al Mercadante sulla scia dalla stesura  originaria scritta da Eduardo nel 1929, lo stesso che celandosi ancora sotto lo pseudonimo di Tricot, come coautore, pensò bene di incastonare il suo sketch nella rivista “Pulcinella principe in sogno” di Mario Mangini in scena al teatro Nuovo, “Sik Sik, l’artefice magico” e la visione del regista Sepe che riproporrà lo spettacolo  dapprima al “Benevento Città Spettacolo” e poi al teatro Nuovo, stavolta, partendo dall’ultima versione proposta al San Ferdinando nel 1979 e dalle indicazioni scaturite da un raro filmato realizzato all’epoca dal critico teatrale Giulio Baffi, pongono subito lo spettatore dinanzi ad una sorta di imponente monumento. Una specie di testimonianza marmorea di antiche vestigia teatrali capace di provocare, tra soggettive interpretazioni e personali letture, dapprima un effetto paralizzante e poi il desiderio di ribellione verso quel timore reverenziale procurato da un commediografo che più ha affondato la sua attenzione nel mondo napoletano più la sua lingua è diventata universale. “Le mie commedie - disse Eduardo spiegando come scrisse Sik Sik- nascono sempre da un’osservazione diretta da un fatto di cronaca, dallo studio di un personaggio incontrato magari per strada…Poi quando comincio a scrivere viene tutto di getto, con facilità; ogni cosa è stata prevista, ogni piccolo pretesto già collocato al suo posto, ogni appiglio per qualsiasi azione successiva già considerato. Ecco perché, ad esempio, potei scrivere l’atto unico di Sik Sik, il povero prestigiatore che fu il più fortunato tra i miei primi personaggi, mentre viaggiavo in treno da Roma a Napoli nel 1929. Ero in un vagone di terza classe e avevo portato con me per colazione, un cartoccio di pane, formaggio e pere: sulla carta di quel cartoccio, cominciai appunto a far vivere Sik Sik”. Un nascita, dunque, quella dell’artefice magico, dalle umili e spontanee origini e pur tuttavia, una venuta al mondo che ha consegnato ai posteri un personaggio capace di rimanere legato ai grandi temi pirandelliani e di ribadire negli anni quello stesso concetto espresso da Eduardo per la sua commedia “La Grande Magia”, attraverso le pagine  de  Il Dramma” del 15, marzo 1950, secondo il quale “la vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall’illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede… e che ogni destino è legato ad altri destini in un gran gioco eterno del quale non ci è dato scorgere se non particolari irrilevanti”. Ed è proprio rifacendosi a quel difficile rapporto tra “realtà, vita ed illusione” che la messinscena firmata Pierpaolo Sepe consegna al pubblico uno spettacolo lampo di 35 minuti capace di spaziare nel tempo pur rimanendo in perfetto equilibrio tra la tradizione e l’avanguardia. Con Benedetto Casillo che bene dimostra in scena con quella leggerezza tipica della perfezione come un artista definito comico possa anche fare commuovere alla pari del più affermato attore drammatico, il Sik Sik visto al Mercadante, piace soprattutto per il coraggio di sperimentare con occhi più indagatori e meno timorati il funzionamento di un congegno così straordinariamente perfetto nella struttura drammaturgica, nell’ umorismo e nel ritmo narrativo. Ed è anche per questa stessa spregiudicatezza di direzione tesa al confronto tra il protagonista Sik Sik affidato a Casillo, con attori diametralmente opposti per genere ed indole, che Sepe sembra indicare un nuova strada capace di condurre verso un Eduardo più nuovo ma al tempo stesso inequivocabilmente statutario. Ecco perché, discussioni e nostalgie a parte, e senza dimenticare le parole di Gennaro Magliulo, il quale, a proposito dell’interpretazione dei fratelli De Filippo proprio nella stessa commedia, scrisse “E’ la scoperta di un prisma teatrale a tre facce: ognuna ha la propria, insieme è la piramide dell’umorismo”, il regista sembra volutamente porre a confronto nei vari ruoli attori dalle evidenti differenze caratteriali, scegliendo: un Roberto Del Gaudio che ricordando le sue esperienze da leader dei Virtuosi di San Martino nei panni di Nicola, il complice ritardatario, evidenzia gli stereotipi di una Napoli camorristica, un Marco Manchisi che nel ruolo di Rafele, il palo rimediato all’ultimo momento, sembra identificarsi con il fanfarone filibustiere di provincia ed una Aida Talliente che pur disorientando per il suo accento friulano, nelle vesti di Giorgetta, la moglie incinta di Sik Sik, sottolinea a modo suo quella audace voglia di cambiamento e di innovazione di Sepe. Con un tocco di surreale che vede, a parte il pollastro, i tipici oggetti di scena come i bicchieri, la cassa col trucco, il catenaccio finto e il colombo, diventare  solo simboli invisibili ed abbracciando quel senso di teatro nel teatro, con un sottile dramma intriso di metateatralità intesa come pretesto di riflessione sulle finzioni della realtà sensibile, Sepe, sembra lasciare volutamente al pubblico lo spazio per un bisogno di meditazione. Ribadendo l’umore di un autore come Eduardo in grado di fare della tragedia quotidiana il suo punto di riferimento umano e teatrale, il lavoro “Sik Sik” in attesa della sua metamorfosi per l’inaugurazione di “Benevento Città Spettacolo” regala al pubblico una visione eduardiana sia pure lontana dal mito al tempo stesso lontana dalla spesso banale consuetudine. Con le scene di Francesco Ghisu che pensando a quella stessa scatola del truffaldino professor Otto Marvuglia protagonista de “La Grande Magia”  sembrano racchiudere personaggi e luoghi in una grande scatola magica che si apre, si chiude e si trasforma, ed ancora, con i costumi di Annapaola Brancia D’Apricena e le luci di Cesare Accetta, Sik Sik, ricordando i suoi successi di ieri con i tre De Filippo, al Kursaal, al Valle, all’Olimpia, all’Eliseo, al Quirino, all’Argentina, le sue versioni televisive con la partecipazione di Ugo D’Alessio ed Angela Pagano e quelle rappresentazioni di qualche anno fa con Silvio Orlando e Carlo Cecchi, compie ancora i suoi magici artifici tra cui, tornando al vero protagonista in scena, quello di far apparire tra i suoi veli e fazzoletti  la grande maschera di un attore come Casillo attraverso la quale è possibile scorgere la mimica di chi possiede il dono di far piangere e ridere con ammirevole stile ed inconfondibile bravura.